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* 1 - Una scatola di tè *
La ragazza si aggirava per il piazzale assolato dell’Autogrill, trascinando uno zaino quasi più pesante di lei tra le pompe di carburante e l’ingresso del bar. Sembrava stesse cercando qualcosa, o più probabilmente qualcuno, con un’espressione vagamente sgomenta sul volto.
Marcello, appena sceso dall’auto, si soffermò a osservarla incuriosito, chiedendosi cosa le fosse successo e, ovviamente, notando che era giovane e carina.
«Adesso di colpo ti piacciono le bionde?», chiese la sua compagna di viaggio – ovviamente mora – aggiustandosi gli occhiali sul naso.
«Ma no, Irene. Mi stavo solo chiedendo cosa le fosse successo.»
«Guarda che stavo scherzando», riprese lei sorridendo. «Secondo te posso essere gelosa di una ragazza che fra dieci minuti ti lascerai alle spalle e non vedrai mai più?»
«Sembra nei guai.»
«Perfetto. È bionda, è carina, è nei guai e, soprattutto, non sono affari nostri.»
«Mi chiedevo soltanto se…»
«Dai, qualcuno l’aiuterà, stai tranquillo. Invece noi, se non ci sbrighiamo, perderemo anche il traghetto delle undici. Non farmi pentire ulteriormente di essere partita con te», chiuse lei, iniziando a dirigersi verso il bar. Lui non poté far altro che seguirla.
«Vado in bagno, mi puoi prendere un caffè?», disse Irene per poi allontanarsi verso la coda – per fortuna non troppo lunga – dei servizi.
Marcello ordinò due caffè a una cassiera dall’aria annoiata e si guardò attorno. Gli tornarono in mente i soliti versi, come sempre, ma era difficile trovare poesia in quel luogo: l’ambiente era tutt’altro che deserto, la soda fountain – non era nemmeno sicuro di sapere cosa fosse esattamente – aveva lasciato il posto a frigoriferi pieni di bottiglie a prezzi da inflazione e nessuna ragazza dietro il banco era “bionda senza averne l’aria”.
La ragazza che aveva visto fuori, quella con lo zaino, era bionda senza averne l’aria. Si chiese come mai gli fosse rimasta così impressa, cosa avesse visto di particolare in lei. Certo, era piacevole a vedersi, bella in un modo non vistoso, ma c’era qualcosa di più…
Avrebbe voluto condividere quelle riflessioni con Irene, ma era sicuro che lei non avrebbe capito. Forse se fosse stata l’Irene dei primi tempi, ma ora…
Poi la vide, era rientrata nel locale, sempre trascinandosi dietro faticosamente quel fardello troppo grande per lei.
Cercando di non farsi notare, si fermò a guardarla: era giovane, poteva avere forse un paio d’anni meno di Irene, e proprio come Irene era non troppo alta e gradevolmente minuta; portava un paio di shorts, scarpe da tennis, una camicia color kaki a maniche corte e i capelli lunghi. Aveva l’aria di una figlia dei fiori trasportata lì dagli anni Settanta, o forse di un elfo dei boschi.
La ragazza si avvicinò al bancone e, con una certa rassegnazione nella voce, chiese se avessero visto l’uomo di circa trent’anni che guidava un’Audi rossa, l’uomo con cui era arrivata lì. Ovviamente nessuno era in grado di aiutarla, ma sembrava che lei se lo aspettasse, che quello fosse un ultimo disperato tentativo. Il suo compagno di viaggio, era ormai evidente, era ripartito senza di lei.
«Ancora quella ragazza?», chiese Irene raggiungendolo al bancone del bar. «La tua è una fissazione.»
«Te l’ho detto, mi incuriosisce», rispose lui sorseggiando il caffè.
«Se fosse meno avvenente, ti incuriosirebbe meno.»
«Non lo nego, sarei quanto meno ipocrita altrimenti. Ma non è solo questo. È arrivata con un uomo che però se ne è andato, lasciandola qui.»
«Ma che brava persona…»
A pochi metri di distanza, come per confermare le parole di Marcello, la ragazza stava spiegando alla cassiera annoiata la sua situazione: era scesa dall’auto per andare in bagno mentre lui faceva rifornimento; quando era tornata, aveva trovato solo lo zaino appoggiato alla pompa, e nessuna traccia né dell’uomo, né dell’Audi.
«Dobbiamo fare qualcosa?»
«Come ti ho già detto, Marcello, non sono affari nostri. Non ti preoccupare, una soluzione la trova sicuramente. Anzi, rimettiamoci in moto: abbiamo già perso troppo tempo.»
«Tranquilla, siamo in perfetto orario.»
«Da quando tu e le parole “in perfetto orario” siete compatibili?», chiese lei con una quasi impercettibile nota acida nella voce.
«Va bene, dai, andiamo», cedette lui, dando ancora uno sguardo alla ragazza. «Al solito hai ragione tu, non sono affari nostri.»
Risalirono in auto, avvicinandosi alle pompe di carburante. Marcello scese nuovamente dall’auto per fare il pieno.
Aveva quasi finito quando, all’improvviso, la ragazza bionda gli arrivò alle spalle, sorprendendolo.
«Scusate», chiese lei, con la voce quasi rotta dal pianto, «mi dispiace disturbare, ma non so come fare altrimenti. Potreste darmi un passaggio fino alla stazione dei treni più vicina?»
«Ehm…», rispose lui leggermente imbarazzato, «Mi dispiace, ma andiamo un po’ di fretta.»
«Vi prego», continuò lei, con un’espressione sempre più affranta, «non vi farò perdere molto tempo, e voi sembrate brave persone. Siete brave persone, lo so…»
«Ci spiace tanto, signorina», intervenne Irene attraverso il finestrino, «purtroppo abbiamo un traghetto da prendere, non possiamo proprio uscire dall’autostrada… perderemmo troppo tempo.»
«Capisco, scusate se vi ho disturbato», rispose la ragazza, cercando di nascondere la delusione dietro un sorriso e riprendendo a trascinare lo zaino verso un’altra auto.
Marcello rimise a posto la pistola della pompa, risalì in auto e accese il motore, guardando nello specchietto retrovisore la ragazza che riceveva un altro rifiuto. Poi, dopo uno sguardo eloquente di Irene, riprese la marcia, più lentamente di quanto avrebbe dovuto.
«In fondo stiamo andando in vacanza», disse. «E di traghetti ce n’è uno ogni ora.»
«A parte che l’idea di questa vacanza settembrina “per riposarci un po’ lasciandoci alle spalle i problemi” è stata soltanto tua, continuo a non capire questa tua fissazione per lei.»
«Non saprei, ma guardala: secondo me, stasera è ancora qui; oppure sarà costretta a accettare il passaggio di qualche altro galantuomo», disse lui, accostando prima della corsia di uscita.
Irene si voltò indietro, mentre la ragazza riceveva un terzo rifiuto, questa volta meno gentile. Marcello vide l’espressione sul suo volto addolcirsi.
«Dai», incalzò, «la portiamo alla stazione e dopo ce la possiamo pure dimenticare.»
«Non so se sei cretino o cosa, quando fai così, e evidentemente l’imbecillità è contagiosa», rispose lei. Subito dopo Marcello la vide uscire dall’auto e gridare in direzione della ragazza: «Signorina, prego, venga qui.»
La giovane si avvicinò a loro con tutta la fretta che il suo bagaglio le permetteva, sul volto un sorriso luminoso.
«Grazie, davvero, mi avete salvato», disse aprendo lo sportello, sollevando faticosamente lo zaino e gettandolo sul sedile posteriore, per poi sedersi.
«Ciao, io sono Marcello», disse lui voltandosi ancora a guardarla.
«E io sono Irene, la sua ragazza», riprese l’altra, come per marcare – sia pure con un sorriso – il territorio.
«Ciao Marcello e Irene», rispose la ragazza sorridendo ancora e appoggiandosi con i gomiti agli schienali dei due sedili anteriori. «Che bellissimi nomi. Irene in greco vuol dire pace; Marcello non ricordo, probabilmente viene dal latino, ma fa subito pensare ad Anita Ekberg nella fontana di Trevi.»
«E tu come ti chiami?», chiese Marcello, immettendosi nella rampa d’uscita.
«Io sono Sara; in ebraico vuol dire principessa, ma proprio per questo non mi sembra adatto a me. Chiamatemi Sally.»
* 2 - Sei case su dieci *
Mentre l’Autogrill alle loro spalle spariva dietro l’orizzonte, Irene guardò oltre la testa di Marcello e oltre il guardrail, soffermandosi per qualche istante sul traffico intenso che, sull’altra carreggiata, scorreva in direzione opposta.
Almeno su questo – doveva ammetterlo – Marcello aveva avuto ragione: partendo in tarda stagione, quando ormai anche gli ultimi turisti stavano rientrando dalle vacanze, avrebbero trovato meno traffico, meno folla una volta giunti a destinazione e – con un po’ di fortuna – belle giornate, senza l’afa agostana.
Era proprio l’idea di quella vacanza che non le andava giù, anche se alla fine si era fatta trascinare dall’entusiasmo di Marcello: le sembrava soltanto un modo per rimandare i loro problemi, per ignorare quella sensazione di fredda abitudinarietà che si era insinuata tra loro. Non sarebbero certo stati una manciata di giorni al mare, qualche cenetta a lume di candela, un po’ di spiaggia e qualche notte probabilmente insoddisfacente per entrambi a riaccendere la passione dei primi tempi, o a salvare una storia su cui entrambi – era evidente, o per lo meno evidente per lei – riponevano sempre meno speranze.
E poi le sembrava di capirlo sempre meno. Forse erano semplicemente cambiati entrambi – ma in modo diverso – e dopotutto ormai avevano entrambi un lavoro, si stavano costruendo una vita… Ma Marcello le appariva ancora, a tratti, immaturo, impulsivo, eccessivo nelle sue passioni.
Come con quest’idea – anche se, ancora una volta, si era fatta coinvolgere e convincere – di prendere in macchina un’autostoppista, una ragazza sconosciuta che poteva essere chiunque.
Cercando di non farsi notare, abbassò il parasole e la osservò nello specchietto: di certo non aveva l’aspetto trasandato di chi vive sempre in viaggio, i capelli erano ben pettinati, aveva anche un leggero, quasi impercettibile velo di trucco; in effetti era carina, in un modo non banale, interessante. Forse solo un paio d’anni prima – quando aveva ancora il tempo per scrivere qualcosa – avrebbe detto che in quel volto c’era una storia che attendeva di essere narrata. Le sarebbe piaciuto averlo pensato, averlo detto.
In quel momento la ragazza seduta dietro si accorse di essere osservata, e le rivolse a sua volta lo sguardo, sorridendo e strizzandole l’occhio.
«Ma dicci una cosa, Sara… cioè, Sally», disse Irene cercando di dissimulare l’imbarazzo. «Se non sono troppo curiosa, come hai fatto a ritrovarti da sola in quel piazzale?»
«Oh, probabilmente è colpa mia. C’era qualcosa in Enrico – sempre ammesso che si chiamasse così – che non mi convinceva, non sembrava proprio la più affidabile delle persone, ma mi serviva un passaggio. Come non era difficile prevedere, il bel tomo aveva iniziato subito a farsi insistente, parlando per allusioni nemmeno troppo velate e doppi sensi. E quando ho fatto capire in modo abbastanza inequivocabile che non ero disposta a pagarmi il viaggio in natura, ha fatto pure l’offeso, chiedendo per chi l’avessi preso e ribadendo come lui non fosse sicuramente “quel tipo d’uomo”. Il resto della storia, immagino, lo conoscete…»
«Sì, lo conosciamo, o comunque possiamo immaginarlo», rispose Irene. Era favorevolmente impressionata: buon eloquio, vivace al punto giusto, litoti e congiuntivi al loro posto. Quella ragazza nascondeva più di quanto l’occhio rivelasse.
«Quanto meno», commentò Marcello. «ha dimostrato di essere proprio “quel tipo d’uomo”. Spero gli si fonda il motore.»
«No», rispose Sally dal sedile posteriore. «Cerco di non augurare mai niente di male a nessuno, per quanto possano meritarselo.»
«Cerchi di mantenere un buon karma?», chiese Marcello.
«In un certo senso. Diciamo più semplicemente che augurare il male non mi piace, non mi fa sentire bene. Spero sempre il meglio per il prossimo, chiunque sia.»
«Una buona filosofia, purtroppo troppo rara in questo mondo», commentò Irene.
«Purtroppo», rispose lei.
«Ma dimmi, Sally», chiese nuovamente Irene, «dove state andando tu e quello zaino enorme?»
«Un po’ dove capita… Diciamo in Irlanda, ma la strada è lunga.»
«Come mai in Irlanda?»
«Beh, anzitutto credo che sia un buon posto dove morire…», rispose lei con un sorriso disarmante.
Sorpresa da quelle parole, Irene non seppe cosa rispondere; anche Marcello, al suo fianco, era rimasto senza parole. Per fortuna Sally riprese a parlare: «Comunque, vi assicuro che non è nei miei programmi immediati, e nemmeno in quelli meno immediati. Ho ancora molti, troppi luoghi da vedere, e troppe persone da conoscere. Diciamo soltanto che, quando succederà – magari fra settant’anni – mi piacerebbe essere lì. E forse, nel frattempo, vado a dare un’occhiata… tanto per ambientarmi.»
«Ci avevi fatto un po’ preoccupare», ammise Irene.
«Non dovevate, davvero.»
Irene tornò a guardare il paesaggio che scorreva veloce – campagne abbastanza brulle, casolari, campi pieni di balle di fieno, basse colline in lontananza – continuando a riflettere, suo malgrado, su quella ragazza così particolare. C’era qualcosa in lei che l’affascinava, come se fosse una parte di sé che però lei non era mai stata.
«Mettiamo un po’ di musica?», disse a un tratto Marcello, probabilmente per interrompere il silenzio che ormai riempiva l’abitacolo.
«Oh sì», disse Sally, «Posso farvi sentire una cosa io?»
«Ehm… sì, va bene», rispose lui, interdetto.
La ragazza aprì lo zaino e cercò qualcosa per un minuto buono, prima di estrarre un CD e passarlo a Irene dicendo: «È una cosa che ho registrato l’anno scorso con dei ragazzi di Torino. Io canto e suono il flauto traverso. Spero vi piaccia, anche se è un po’ strano.»
«Ma sulla copertina sei nuda?», chiese Irene appena vide il CD.
«Eh? Fai vedere…», disse subito Marcello.
«Concentrati sulla strada. La vedrai quando ci fermiamo, te lo prometto», lo rintuzzò lei, sorridendo.
«Sì», rispose Sally, «È stata una mia idea. Volevamo fare qualcosa di sensuale e elegante, però, un po’ come ‘Lo Stato Naturale’.»
Irene osservò ancora per qualche secondo la copertina, prima di aprire l’astuccio e infilare il CD nel lettore.
La musica che si diffuse nell’auto era qualcosa di effettivamente peculiare: una mescolanza di jazz rarefatto, elettronica e atmosfere medio-orientali, su cui la voce di Sally – effettivamente non spiacevole – più che cantare faceva vocalizzi, fondendosi con gli altri strumenti in un unico tessuto musicale.
Continuarono ad ascoltare per qualche minuto, poi Marcello commentò: «Molto interessante. Su questo pezzo si sente anche qualcosa di Coltrane nelle parti di sax, o sbaglio?»
«Bravo! Elettra, la ragazza che suonava sassofono e clarinetto, era appassionata di free jazz. Sei un esperto?»
«In realtà», intervenne Irene, «Marcello è stato musicista per anni – suonava la chitarra – e un po’ il jazz lo conosce.»
«Davvero? Ditemi di più», disse Sally, con una nota di autentico interesse nella voce.
«Se è per questo», intervenne lui, «Irene era una bravissima cantante. Suonavamo insieme in una band, facevamo soul e funky. Ci siamo conosciuti così.»
«Che bello. Ma come mai ne parlate al passato?»
«Non so cosa successe», rispose Irene. «La band finì ‘di morte naturale’ e più o meno con il consenso di tutti, come succede spesso: un po’ di contrasti interni, una generale perdita di interesse, alcuni avevano intrapreso altri progetti. Non decidemmo nemmeno di scioglierci; a un certo punto smettemmo di fare prove, di cercare serate, di vederci…»
«E voi due non avete più suonato?»
«Per qualche tempo abbiamo cercato un’altra situazione, e avevamo anche pensato di fare qualche serata in duo. Poi sono venuti altri interessi, impegni di vita sempre più seri, sempre meno tempo a disposizione.»
«Io però», commentò Marcello, «cerco comunque di tenermi sempre un po’ in esercizio… non si sa mai.»
«È un peccato, però.»
«Probabilmente sì», rispose Irene, «ma la vita è così. Purtroppo non c’è tempo per tutto.»
«Avete qualche vostra registrazione? Da soli o con la band? Mi piacerebbe sentirvi.»
«Ho conservato qualcosa, ma non qui», rispose Marcello.
«Sono sicura che eravate bravissimi», chiuse Sally con uno dei suoi sorrisi.
Per diversi minuti e diversi chilometri rimasero in silenzio, ascoltando la musica dello strampalato progetto musicale di Sally. Per quanto fuori da qualsiasi logica commerciale, pensò fra sé Irene, era effettivamente interessante: ti entrava dentro e ti portava in un mondo particolare, fatto di suggestioni urbane, esotiche e anche sottilmente erotiche. E la ragazza se la cavava bene anche con il flauto.
«Scusate», disse a un certo punto Sally dal sedile posteriore, «ho capito solo ora dove siamo. Potreste prendere la prossima uscita? Invece che alla stazione potreste portarmi in un altro posto?»
«È lontano?», chiese Irene.
«No, non tanto. Non vi farò perdere più tempo di quello che avreste speso per portarmi a un treno. E se mi accompagnate fin lì, poi dopo saprò sicuramente come cavarmela. Ci sarà sicuramente qualcuno che mi darà una mano.»
«Va bene», rispose Marcello. «Ma dov’è questo posto?»
«Vi dico io la strada, ma vi assicuro: non è lontano.»
«Allora esco alla prossima?»
«Sì, grazie. Siete meravigliosi, tutti e due.»
* 3 - Di vino e di scienza *
Marcello cercava di orientarsi in un dedalo di strade secondarie, spesso male asfaltate e quasi sempre deserte, che si addentravano tra filari di alberi in una zona boscosa per lui completamente sconosciuta, cercando di seguire le istruzioni confuse e spesso contraddittorie della ragazza seduta dietro di lui.
Avevano lasciato l’autostrada da almeno mezz’ora, e ormai non aveva più idea di dove potessero essere e, soprattutto, di come ritornare alla statale, a un centro abitato, o in qualunque luogo dove un cartello stradale indicasse la strada verso la civiltà.
Per lo meno, Irene aveva mantenuto la promessa, e al casello era riuscito a dare un’occhiata alla copertina del CD: sicuramente una posa artistica, elegante, di classe, ma in cui Sally lasciava ben poco – quasi nulla – all’immaginazione.
Iniziava comunque a pensare che forse avrebbe dovuto darle retta. A quest’ora sarebbero già stati in vista del mare.
«Eccola lì, Marcello», disse Sally. «Devi voltare a sinistra ora.»
Lui vide la deviazione solo all’ultimo e dovette frenare bruscamente per immettersi in una strada sterrata, seminascosta dalla vegetazione, che si inoltrava nel folto di quel piccolo bosco, portando chissà dove.
«È questa? Sicura?», chiese lui.
«Sì, ora la riconosco. Scusate, non vengo qui da un po’, e le altre volte non guidavo io. Ma non vi ho fatto perdere troppo tempo, vero? Siamo quasi arrivati.»
«Non ti preoccupare, Sally», disse Irene sorridendo e – forse, immaginò lui – pregustando il momento ormai vicino in cui avrebbero finalmente abbandonato la loro ospite al suo destino.
«Tu non guidi, vero, Sally?», chiese lui.
«Ho la patente, presa appena possibile, e ho anche un’auto… da qualche parte, più o meno. Però ho scoperto quasi subito che non mi piaceva guidare.»
«Cosa vuol dire “da qualche parte”?», chiese Irene.
«L’ho affidata a un amico appassionato di motori. So che me la tratterà bene, ma non so dove sia lui adesso.»
Marcello sorrise – quella strana forma di ingenuità, di fiducia quasi incondizionata di Sally riusciva a metterlo stranamente di buonumore – mentre conduceva l’auto lentamente lungo lo sterrato, cercando di evitare i contraccolpi dovuti al fondo malmesso e sperando che non arrivasse nessuno in direzione contraria.
All’improvviso, la strada si aprì su un piccolo piazzale, di fronte a due larghi edifici in pietra, fino a pochi attimi prima completamente nascosti dalla vegetazione: accanto a un vasto casolare a due piani sorgeva una piccola chiesa, probabilmente sconsacrata. Entrambe le costruzioni erano malmesse, quasi fatiscenti, ma in diversi punti si notavano piccoli lavori di consolidamento e ristrutturazione, come se chiunque vivesse in quel posto cercasse di rallentare il più possibile il lento disfacimento dovuto al passare del tempo. L’impressione – probabilmente non del tutto errata – era quella di trovarsi di fronte a un piccolo monastero.
In mezzo al piazzale un uomo stava spingendo una carriola. Era alto in modo quasi eccessivo, aveva circa cinquant’anni, e guardandolo da lontano – specialmente in quel luogo – poteva dare l’impressione di essere un priore, un padre superiore, una qualsiasi altra figura monastica. Poi, a un secondo sguardo, si notava che gli abiti – per quanto semplici – erano secolari, e la tonsura era in realtà una calvizie più che incipiente. Eppure, c’era in lui qualcosa di austero, di sacro, di religioso.
L’auto non si era ancora completamente fermata quando Sally aprì lo sportello e balzò giù. «Alphonse!», gridò, correndo verso l’alta figura al centro del piazzale.
L’uomo la vide, la riconobbe, e un sorriso si aprì sul suo volto; lasciò la carriola e aprì le braccia per accogliere quella ragazza tanto più piccola di lui, in un abbraccio quasi paterno.
«Ciao, Sally, bentornata. Come mai da queste parti?», disse.
Marcello accostò di lato e scese dall’auto, imitato da Irene. Entrambi si guardavano intorno, chiedendosi dove fossero capitati, cosa fosse quel luogo e chi fosse quell’uomo.
«Ero rimasta bloccata in un autogrill», spiegò la ragazza in poche parole, «e Marcello e Irene sono stati così gentili da accompagnarmi fino a qui. Sono proprio due brave persone.»
L’uomo lasciò andare la ragazza e si rivolse ai due nuovi arrivati, sempre sorridendo e porgendo loro la mano: «Benvenuti, Marcello e Irene, e grazie di aver portato fino a qui la nostra “pecorella smarrita”. Potete chiamarmi Alphonse, ma questo forse l’avete già capito. Se volete fermarvi, siete nostri ospiti, anche se purtroppo oggi non abbiamo molto da condividere». La sua voce era calma, rassicurante, accogliente.
«Grazie, Alphonse», rispose Marcello, stringendo la mano che gli era stata porta, «grazie davvero per la tua offerta, ma dobbiamo ripartire subito. Abbiamo un traghetto da prendere.»
«Ma cos’è questo posto?», chiese Irene. «Sembra una specie di convento.»
«Non ci sei andata lontana», rispose l’uomo. «Era una piccola comunità monastica, sempre più deserta, fino a qualche anno fa, quando la diocesi ha deciso di chiuderla definitivamente. Noi l’abbiamo trasformata in un luogo d’accoglienza.»
«In che senso?»
«Chiunque voglia può venire a stare qui, per quanto tempo desidera: per una notte, perché si trovava a passare di qua; per qualche giorno, per allontanarsi da una vita troppo frenetica; per qualche settimana, se ha davvero bisogno di un rifugio. Qui troverà un letto per dormire, pasti caldi e l’occasione per condividere il proprio lavoro con gli altri, in fratellanza.»
«Sembra comunque un monastero», commentò Irene.
«Immagino di sì», rispose Alphonse ridendo. «Alla fine, anche questo è un luogo in cui lodare Dio, in qualunque modo lo si concepisca.»
«A che punto è lo zoo?», chiese all’improvviso Sally.
«Sta andando un po’ a rilento, ma abbiamo quasi finito la Via Lattea», rispose l’uomo.
«Di che zoo parlate?», domandò Irene. «Un vero zoo, con animali vivi?»
«No, ovviamente no», rispose Sally con un sorriso. «Però dovete vederlo. Vi faccio perdere altri dieci minuti, ma ne vale la pena.»
Marcello e Irene si guardarono con una luce di rassegnazione negli occhi. A lui parve per un attimo di vedere l’immagine di un traghetto che si allontanava dalla banchina, lasciandoli a terra.
Seguiti dagli altri due, Alphonse e Sally fecero strada lungo il sentiero che passava tra la chiesa e il casolare; sul retro c’era un vasto orto, un pollaio, un capannone ampio e basso da cui usciva odore di luppolo e fermentazione e, poco più in là, un campo circondato da un’alta siepe.
Il gruppetto passò oltre un varco nella recinzione, e di fronte agli occhi di Marcello e Irene si parò uno spettacolo incredibile: attorno a loro, decine e decine di opere di arte topiaria, arbusti sempreverdi potati con mano esperta fino ad assumere la forma di animali di ogni tipo. Avanzando in mezzo a quel piccolo giardino, si trovarono circondati da orsi, cavalli, cani, aquile, ma anche esseri fantastici come draghi e ippogrifi; non erano sculture imponenti, anzi spesso erano in scala ridotta rispetto ai soggetti rappresentati, ma ognuna era realizzata perfettamente in ogni dettaglio.
Poco più in là, una donna di circa quarant’anni, in pantaloni corti e maglietta, cesoie strette saldamente in mano, stava dando forma a un toro nella parte del giardino dove erano rappresentati quasi tutti i dodici segni zodiacali – sicuramente la Via Lattea a cui aveva accennato Alphonse.
Non appena li sentì arrivare, si voltò e subito lasciò le cesoie a terra, correndo verso la ragazza bionda per abbracciarla: «Sally, che bello averti qui. Come stai?»
«Ciao, Daria. Sto bene, grazie.»
«E chi sono i tuoi amici?»
«Sono Irene e Marcello, mi hanno portato fin qui, e per ringraziarli ho voluto mostrar loro lo zoo.»
«E hanno fatto benissimo… Grazie», rispose la donna, sorridendo a entrambi. «Se siete amici di Sally, siete amici nostri. Spero che le nostre piccole sculture vi piacciano.»
«Sono stupende», rispose Irene.
«Ma no… sono poca cosa. È solo un nostro piccolo hobby.»
Marcello, nel frattempo, continuava a guardarsi attorno, meravigliato dalle opere d’arte tenute in quel luogo, quando notò una certa somiglianza.
«Sally, sei tu questa?», chiese, indicando la Vergine.
«Che occhio», rispose la ragazza. «Ho posato per Daria mentre la realizzava. Mi somiglia, vero?»
«Siete identiche…», rispose lui.
«Grazie», disse Daria.
«Ma stavo pensando», continuò Marcello, «questo luogo è meraviglioso, è un peccato che questi capolavori siano nascosti. Potreste pubblicizzarlo, magari anche far pagare un piccolo biglietto d’ingresso. Vi aiuterebbe per le spese.»
«Sì, certo, potremmo farlo», rispose Alphonse, «ma non vogliamo. Far arrivare qui dei visitatori rovinerebbe questo posto. E chi viene qui, non troverebbe più il luogo di accoglienza e di pace che abbiamo voluto creare negli anni.»
«Già, capisco. Non ci avevo pensato. Mi dispiace.»
«Non ti preoccupare», continuò Alphonse sorridendo. «Il tuo era un dubbio legittimo, e non credere che non ci abbiamo mai pensato. Preferiamo di no, ecco tutto.»
«Però è un peccato. Sono favolose», concluse Marcello soffermandosi di nuovo a osservare il drago ad ali spiegate al centro del giardino.
«Senti, Alphonse», disse Sally mentre tornavano sul piazzale, «ho approfittato fin troppo della generosità di Marcello e Irene. Potreste darmi voi un passaggio?»
«Lo farei volentieri, ma sono andati tutti con il furgone alla festa di fine estate.»
«Ma perché? è stasera?», chiese la ragazza, a un tempo incredula ed entusiasta.
«Non lo sapevi? Sono andati tutti lì. Qui siamo rimasti soltanto io e Daria.»
«No, pensavo fosse tra qualche giorno. A questo punto devo andarci anch’io, a ogni costo. Sai chi mi potrebbe portare fin lì?»
«Non saprei, ma se scendi al paese vicino, qualcuno dovresti trovare.»
«Giusto. Bene, allora è meglio che mi incammini», disse la ragazza, dirigendosi verso l’auto per prendere lo zaino.
Marcello e Irene si scambiarono uno sguardo d’intesa. Lui scosse la testa e poi disse: «Aspetta, Sally. Se è solo fino al paese vicino, ti accompagniamo noi.»
«Davvero? Grazie! Poi vi assicuro che sparisco.»
«Ci contiamo», concluse Irene.
* 4 - Sotto nubi porpora *
Irene sentì Marcello rilassarsi quando le ruote dell’auto toccarono nuovamente l’asfalto.
«Devo ammettere, Sally», disse, «che grazie a te abbiamo visto un luogo a dir poco particolare.»
«Grazie, sono contenta che vi sia piaciuto», rispose la bionda, sempre appoggiata ai due sedili anteriori.
«Non ci vivrei, però è interessante. E Alphonse sembra proprio l’abate di un convento, non trovi?»
«Ah, forse perché in gioventù è stato davvero un monaco e un sacerdote.»
«Davvero? Ma ora non lo è più, giusto?»
«Lui dice che in fondo non si smette mai di esserlo, che si è “‘sacerdoti per sempre, alla maniera di Melchisedec”. Ma agli occhi della Chiesa non lo è più, certo.»
«Come mai? Cosa è successo?»
«Daria», rispose Sally con uno dei suoi sorrisi.
«Ho capito, non dire altro», commentò Irene, sorridendo a sua volta.
«Sai Irene», intervenne Marcello, «potresti scrivere qualcosa su un posto del genere. Potrebbe venir fuori una bella storia.»
«Eh, forse avrei potuto…»
«Un luogo isolato, una piccola comunità… dovresti metterci solo un bel morto ammazzato.»
«Non è una brutta idea. E Alphonse potrebbe essere un ottimo investigatore dilettante…»
«Ma perché?», chiese Sally, «tu scrivi?»
«Lo facevo», rispose Irene. «Da giovane ho scritto qualche racconto giallo – qualcuno è anche stato pubblicato – e anche un intero romanzo, che però non ha letto quasi nessuno.»
«Io l’ho letto», intervenne Marcello, «e mi è piaciuto. Anche se verso la fine avevo intuito chi fosse il colpevole.»
«È un’altra cosa di cui parli al passato», disse Sally. «Non scrivi più?»
«Non ne ho il tempo. Non tanto per scrivere, quanto per farmi venire qualche buona idea.»
«Alla fine la vita è una questione di scelte. Peccato, però. A me piacerebbe saper scrivere.»
«Non vorrei essere troppo prosaico», intervenne Marcello, «ma si sta avvicinando l’ora di pranzo. Sally, tu conosci questa zona, vero?»
«Ci ho passato diversi mesi qualche tempo fa, e ci torno spesso, specialmente in questa stagione. È una zona che mi piace tanto. Quando sono qui attorno mi sento a casa. Perché me lo chiedi?»
«Non è che conosci qualche posto dove mangiare qualcosa? Possibilmente evitando le trappole per turisti dove si spende una fortuna e si mangia malissimo.»
«Non gli dar retta, Sally», intervenne Irene. «Ci basta una qualsiasi trattoria, o anche soltanto un posto dove prendere un panino.»
«Non so se è una trappola, ma c’è il ristorante di Max. Non è lontano.»
«E lì si mangia bene?», chiese Marcello.
«Penso di sì, ma non me ne intendo. E comunque, da lui troverò sicuramente qualcuno che mi darà un passaggio.»
«Ok, proviamo questo Max. Dove devo andare?»
«Quando arrivi sulla statale, gira a destra. Poi te lo dico io.»
«Sicura? Non è che rischiamo di perderci come per arrivare al monastero?»
«No, tranquillo… fidati.»
La giornata stava diventando sempre più calda, e la statale era quasi completamente deserta.
«Posso chiederti una cosa, Sally?», domandò Irene.
«Chiedimi tutto quello che vuoi», rispose la ragazza.
«Una mia curiosità: da quanto tempo vivi viaggiando da un posto all’altro?»
«Non so, saranno circa quattro anni, penso. Credo di aver girato l’Italia da nord a sud, però non sono mai stata in Sicilia. Poi sono stata anche in Francia, a Barcellona, a Praga… questa primavera ero a Berlino.»
«Sempre in viaggio? Senza fermarti mai?»
«Di tanto in tanto, se trovo un posto che mi piace, mi fermo per due o tre mesi, o anche di più. Ogni tanto mi trovo un lavoro per guadagnare qualcosa.»
«Che lavori hai fatto?», chiese Marcello.
«Quello che capitava. Più spesso di quanto mi sarebbe piaciuto ho fatto la commessa o la cameriera – l’estate scorsa ho lavorato anche da Max per qualche settimana – ma ho fatto anche la modella per una scuola d’arte o per qualche fotografo, ho cantato in un piano bar, una volta ho fatto anche l’art director per una piccola agenzia pubblicitaria.»
«Una donna dai molti talenti», commentò Marcello.
«Talenti non so, ma cerco di mettere entusiasmo in ogni cosa, di farla al meglio.»
«E non ti viene mai voglia di fermarti? Di mettere radici?», chiese ancora Irene.
«Per adesso no. Come ho già detto, ho ancora troppi posti da vedere e troppe persone da conoscere. Forse in futuro.»
«In futuro?»
«Fra qualche anno, se trovo il posto giusto, la città giusta… e forse anche la persona giusta con cui condividere il tutto. Non mi dispiacerebbe una piccola casa da cui si vede il mare, ben arredata, e con un terrazzo con due piccoli alberi di limone.»
«Sembra che tu abbia già un piano.»
«Chissà… Marcello, dovresti svoltare a destra fra un centinaio di metri.»
«Sicura?», chiese lui, iniziando a rallentare.
«Tranquillo, fidati. Ma ho parlato troppo di me. Ditemi qualcosa di voi.»
«Non c’è molto da dire», rispose Irene. «Io faccio l’architetto, Marcello lavora in uno studio legale. Sicuramente le nostre vite non sono interessanti come la tua.»
«Tutte le vite sono interessanti. Scrivevi; saprai che tutti hanno una storia da raccontare.»
«Questo è vero, però su due piedi non mi viene in mente niente da raccontare. Niente che non parli di una città abbastanza banale, di studio, di lavoro, di famiglie tutto sommato normali.»
«Forse la tua», commentò Marcello con voce divertita. «I miei si sono separati perché, a cinquant’anni, mia madre si è innamorata della sua segretaria.»
«Vedi», commentò Sally. «Anche questa è una storia. E poi siete stati musicisti, tu scrivevi e hai anche pubblicato qualcosa. Come fate a dire che le vostre vite non sono interessanti?»
«Però noi non abbiamo mai girato l’Europa con lo zaino in spalla», riprese Irene.
«Sì, ma questo non mi ha reso più interessante. Semmai mi ha fatto incontrare persone interessanti. Persone come voi, ad esempio.»
«Lo pensi davvero?»
«Certo. E poi ci siete voi. Voi due insieme, intendo. Siete belli, insieme.»
«In che senso?», chiese ancora Irene, con una nota di dubbio nella voce.
«Sembrate fatti l’uno per l’altra. Da soli siete due persone stupende, questo lo so già, ma insieme siete qualcosa di più.»
«Sarà…»
«Fidatevi. Io le vedo queste cose, sempre. Marcello, appena puoi svolta a sinistra. Siamo quasi arrivati, questa volta ve lo assicuro.»
* 5 - Invece ti ricordi *
Seguendo le indicazioni di Sally, Marcello entrò nel vialetto che aggirava il piccolo anonimo casolare di campagna, parcheggiando in un piazzale ampio ma quasi completamente deserto. Solo da lì si vedeva la scritta “Ristorante” composta da semplici lettere gialle su sfondo nero; dalla strada nessuno avrebbe potuto immaginare che lì si potesse pranzare o cenare.
Scendendo dall’auto, si soffermò ad osservare l’edificio che aveva sicuramente visto tempi migliori, sempre più perplesso.
«Siamo sicuri che sia il posto giusto, Sally? Dove ci hai portato?»
«Siamo al ristorante di Max. Dentro non è così male… o per lo meno è diverso.»
«Ti fermi a pranzo con noi?», chiese inaspettatamente Irene.
«Non so, non vorrei disturbare.»
«Non disturbi. E comunque, ci hai portato tu qui: dividerai il nostro destino. Offriamo noi. Anzi, offre Marcello», continuò lei, esibendo un sorriso canzonatorio all’indirizzo del compagno.
«Se insistete… Grazie ancora, siete stupendi, ve l’ho già detto.»
Sentendosi preso in trappola, Marcello non poté far altro che buon viso a cattivo gioco.
«Allora avanti, mie signore, siete mie ospiti. Speriamo che il pranzo sia all’altezza di questa stupenda compagnia», disse incamminandosi verso l’ingresso.
Come aveva anticipato Sally, il contrasto tra l’esterno e l’interno fu una sorpresa: il locale era arredato con sobria eleganza. Lo stile quasi minimalista di tavoli e sedie si sposava perfettamente con le travi a vista, le pareti di un bianco candido e il pavimento in pietra rossa.
C’erano pochi tavoli – meno di trenta coperti – e al momento soltanto due erano occupati. A uno di questi, un uomo in piedi conversava amabilmente con gli ospiti, e sembrava non aver notato i nuovi arrivati.
Marcello impiegò almeno un minuto per rendersi conto che quel volto asciutto e segnato da rughe precoci gli era familiare.
«Ma quello è Massimiliano Sebastiani», disse alle sue due compagne di viaggio con una voce che, pur essendo quasi un sussurro, tradiva l’entusiasmo di un bambino davanti al suo idolo.
«Sì, quello è Max», rispose Sally. «Perché, lo conosci?»
«Era… è uno dei più grandi chef d’Italia, se non d’Europa.»
«Marcello è un appassionato di alta cucina – devo anche ammettere che non se la cava male ai fornelli – e non so quante volte mi ha parlato di questo Sebastiani», puntualizzò Irene.
«Non vi rendete conto», continuò lui, «è come entrare in un piano bar e trovare Mick Jagger che canta.»
«Quindi sei anche uno chef», rispose Sally, «E poi dite di non essere persone interessanti?»
In quel momento, probabilmente a causa del chiacchiericcio, lo chef si accorse dei tre nuovi ospiti. Li squadrò per qualche istante e si diresse verso di loro.
«Sally! Bentornata! Chi sono i tuoi amici?», esclamò Max cordialmente.
«Ciao Max. Questi sono Marcello e Irene. Marcello è anche lui uno chef, ed è un tuo ammiratore.»
«Buongiorno, mister Sebastiani…», farfugliò Marcello, evidentemente emozionato.
«Solo Max, per favore». La cortesia e il calore umano dello chef erano in totale contrasto con l’immagine del professionista severo, altero e pieno di sé che Marcello aveva sempre avuto di lui.
«Va bene… E comunque non dia retta a Sally, non sono uno chef. Mi piace solo cucinare ogni tanto.»
«Non ti preoccupare, so già com’è fatta la nostra amica. Vi fermate a pranzo, vero?»
«Volentieri», intervenne Irene. «Siamo venuti qui apposta.»
«Allora prendete pure quel tavolo. Non c’è menù, quindi spero che ciò che ho preparato oggi sia di vostro gusto.»
«Lo sarà sicuramente», disse Marcello con la voce colma di anticipazione.
«Solo una cosa, Max», chiese Sally, «sai se qualcuno può darmi un passaggio alla festa?»
«Io questa volta non vado, ma ho preparato qualche vassoio. Nel pomeriggio passa Jimmy col furgone a prenderli, e ti potrà accompagnare lui.»
«Ok, grazie.»
Marcello si sedette con fare quasi reverenziale mentre lo chef tornava in cucina. Non sembrava vero di stare per assaggiare la cucina di Massimiliano Sebastiani: un sogno che si avverava quando ormai sembrava impossibile.
«Allora è qui che si è nascosto Sebastiani, giusto?», chiese.
«Quando lavoravo qui, Max mi ha raccontato qualcosa», disse Sally. «Mi ha detto che era stanco dello stress di dover comandare una brigata, di gestire un ristorante d’alta classe – magari anche stellato – con tutte le aspettative che questo comporta. E soprattutto era stufo di dover mantenere quell’aria di superiorità, quella spiacevole alterigia che tutti si aspettano da un grande chef.»
«Era lui che si è ritirato dalle scene da un giorno all’altro, vero?», chiese Irene.
«Esatto», rispose Marcello. «Cinque anni fa, di punto in bianco, ha venduto le sue quote, ha affidato il ristorante al suo delfino, Gabriele Vincenzi, ed è sparito nel nulla. Da allora ha pubblicato un paio di libri, ma per il resto nessuno ha più saputo niente di lui. Girava voce che stesse ancora lavorando da qualche parte – qualcuno azzardava in una malga alpina – ma senza conferme. Fino a oggi, ovviamente.»
«Dice», riprese Sally, «che non si è mai sentito così creativo come da quando è qui. E vi dirò: per quanto possa valere, io lo vedo felice.»
La cameriera, una ragazza sui diciassette anni dai capelli neri e scarmigliati, arrivò con le entrées, posando in modo impacciato i piatti di fronte ai commensali.
Marcello rimase stupito dall’apparente semplicità del piatto: una cialda a più strati dal delicato aroma di formaggio, accompagnata da una salsa al caviale di mirtilli.
«Buon appetito, ragazze», disse, mentre la cameriera riempiva loro i calici. Marcello riconobbe l’etichetta, era anche un vino di un certo pregio.
«Grazie», risposero le altre due quasi contemporaneamente.
Il primo assaggio fu subito una rivelazione: dietro il gusto delicato ma dominante del formaggio – che tradiva una preparazione solo in apparenza semplice – si nascondevano mille altre tessiture, come armoniche di una nota principale. La salsa, che ovviamente aveva ben altri sapori oltre al mirtillo, accompagnava il gusto della cialda come un rivestimento di velluto.
Marcello si accorse di avere le lacrime agli occhi mentre continuava ad assaporare boccone dopo boccone quella delizia.
Sebastiani si avvicinò a loro: «Allora, che ne pensate?»
«È buonissimo», rispose Irene. «Mai sentito niente del genere».
«Grazie. E tu, giovane chef, che ne pensi?»
«Sembra di mangiare piccoli morsi di paradiso», rispose Marcello. «Posso farle una domanda?»
«Certo, ma per favore, dammi del tu.»
«La cialda di formaggio è stata cotta sottovuoto, ma solo parzialmente. Qual è stata la prima cottura?»
«Dimmelo tu…»
«In che senso?»
«Chiudi gli occhi, assaggia di nuovo, rilassati e concentrati. Senti l’aroma, e la sensazione che lascia sul fondo del palato.»
Marcello eseguì le istruzioni, lasciando passare qualche secondo, degustando a fondo il boccone.
«Ho capito», disse poi riaprendo gli occhi e sorridendo. «Grazie.»
«Di niente. Ovviamente la parte difficile di questo piatto è la salsa… ma lasciatemi qualche segreto.»
Le portate successive, ognuna accompagnata dal vino più adatto, non furono da meno: una completa reinvenzione delle tagliatelle paglia e fieno – probabilmente, secondo Marcello, preparate utilizzando in qualche modo vera paglia e vero fieno – servite con un’emulsione di burro chiarificato; morbidissimi e saporiti assaggi di trota con un sentori evidenti di selvaggina da piuma e di caffè; e infine un dessert che, nascondendosi dietro l’aspetto di una creme brulèe, rivelava invece sapori di frutta di stagione e, forse, rosolio.
Anche le due ragazze avevano apprezzato il pasto, ma Marcello era al settimo cielo: non ricordava di aver mai mangiato così bene.
Sebastiani si avvicinò, porgendo a Marcello un piccolo vassoio con sopra un foglietto ripiegato.
«Siamo arrivati alla parte più dolorosa del pasto», commentò ironico.
«Guardi… cioè, guarda. Sono disposto a pagare qualsiasi cifra, era tutto incredibile.»
«Grazie. Ho notato il vostro apprezzamento.»
Marcello prese il foglietto, lo aprì e lo lesse più volte, incredulo.
«Ci deve essere un errore», disse.
«No, non credo.»
«Ma…»
«Il conto lo faccio io, e dipende da molte cose. Voi mi state simpatici, avete apprezzato la mia cucina con un entusiasmo che non vedevo da molto tempo, e soprattutto siete arrivati con Sally. Non vi preoccupate: per cena aspetto clienti abituali ma molto meno gradevoli. Avrò modo di rifarmi.»
«Beh, grazie», rispose Marcello prendendo il portafogli.
«Ovviamente mi aspetto da voi una certa discrezione.»
«Non occorre nemmeno che tu lo dica», lo rassicurò Irene.
I tre commensali stavano sorseggiando il caffè offerto dalla casa, mentre si avvicinava l’ora di ripartire.
«Allora ci salutiamo qui…», disse Sally,
«Immagino di sì», rispose Irene. «E devo ammetterlo, un po’ mi dispiace.»
«Dispiace a me avervi fatto perdere così tanto tempo.»
«Non dirlo nemmeno, Sally. Siamo in vacanza, e accompagnarti fin qui è stata una bella avventura.»
«Un’esperienza irripetibile», si affrettò a precisare Marcello.
«Sentite, siete stati così buoni con me, vorrei fare qualcosa per sdebitarmi. So che dovreste partire ma… vorreste venire anche voi alla festa di fine estate?»
«Non saprei», disse Irene. «Che festa è? E dove si svolge?»
«Nessuna descrizione le renderebbe giustizia, ma fidatevi: è qualcosa di magico, speciale, ve lo garantisco. Un’altra esperienza irripetibile, come direbbe Marcello. Non è molto lontano da qui, e potete ripartire domani mattina». Gli occhi della ragazza brillavano di gioia.
«Non saprei», intervenne lui, ancora un po’ sorpreso dalla proposta. «In effetti siamo in vacanza, e abbiamo già capito che con te non si vedono posti normali. Irene, tu che ne dici?»
«Dai, andiamo. Sono curiosa. Non è che ci aspetta qualcuno.»
«Ve lo assicuro: non ve ne pentirete», disse Sally.
«Ma se ho capito bene, la festa è stasera. Cosa facciamo fino ad allora? Hai qualche altro posto interessante da farci vedere, Sally?»
«Fatemi pensare… Potremmo andare al faro.»
(continua...)